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I guerrieri di Ausonia


"Mondi alternativi" n. 3, ed. Akropolis, '82, © '82, by Coop Edit. Akropolis (Napoli), 164 pagg., 7.500 £ (3,87 €); prezzo remainders: 18 €

HEROIC FANTASY


Altri contributi critici:

-recensione di Claudio Asciuti, "Intercom" n. 33, '82, pagg. 30-34


È, questa, la seconda antologia di heroic fantasy italiana dell'Akropolis, dopo "Le spade di Ausonia".

Qui l'"Introduzione" è del solo Gianfranco de Turris (pagg. 5-10), nella quale si ribadisce una delle questioni che venivano sollevate in quella a quell'altra, sul fatto che l'heroic fantasy non sia, o, meglio non debba essere solamente evasione: "...creare... mondi alternativi ad una realtà volgare e per nulla entusiasmante, mondi di valori e non di semplici evasioni improduttive, disimpegnate..." (pag. 8).

Nel saggio dell'autore in appendice al racconto del Pizzorno, poi, si dicono delle cose che vanno ad aggiungersi a quanto si è detto, ancora, in quell'altra: "Ogni cosa (in un mondo di heroic fantasy) è possibile purchè discenda logicamente dai presupposti della realtà in cui è inserita... un mondo di realtà animate da leggi meno complesse, dove è più facile l'intervento modificatore dell'uomo, dove le passioni sono più violente e più crude, astratte quasi..." (pag. 160).


-"La chanson de Richard", di Luigi De Pascalis (pagg. 11-65)-basato su eventi e luoghi reali, racconta di un menestrello della Provenza dell'XI° secolo che, sull'onda delle predicazioni, si mette in marcia per la Terra Santa.

E di come, su di una collina sovrastante il paesino di Pátu (che significa "destino"), incontri, nelle rovine di una immensa, antica città, Veretum, un vecchio che pare avere la stessa età del mondo, che gli suona la storia della caduta di quelle mura.

Per, poi, vedersi sedere accanto nulla di meno che il suo Io futuro, già arrivato, in Palestina, già eroe, e dallo "...sguardo... stanco (e dal) corpo... provato dai disagi..." (pag. 31).

Che gli racconta, accompagnato dalla musica del vecchio, la sua storia, il suo... destino.

La parte, lunga, un buon due terzi, del racconto dell'assedio di Antiochia, è purtroppo molto noiosa, ma, in questa prima, l'incontro fra il protagonista ed il vecchio dice una cosa, sul rapporto fra parola, o, meglio, pensiero e tempo, che mi è parsa di notevole interesse: "Le parole... costringono il pensiero nei limiti prevedibili di un tempo che scorre in un sol senso; dalla nascita alla morte. Esso invece è come il mare che circonda la terra, come l'aria che la racchiude da ogni lato... bisogna aver vissuto mille e mille anni (in solitudine) per riuscire a pensare senza parole... Togli lo scorrere del tempo dalla mente dell'uomo... ed egli s'accorgerà che qualunque cosa voglia fare e qualsiasi sentiero imbocchi l'ha già percorso." (pag. 30).

E, ciò che vi si dice, è il ritrovare se stessi, non lontano, o, meglio, fuori, da sé, ma in, sé: "Tu sei diretto al Sepolcro perché cerchi in Palestina qualcosa che non credi sia in Provenza... Io invece non scendo neppure fino a quelle case perché non v'è nulla al mondo che possa darmi ciò che non è già nel mio cuore... Al di là di questa terra... c'è il mare, poi altra terra ed altro mare. Ma sopra ogni cosa c'è lo stesso cielo e, dovunque vada, se strofini abbastanza due rami secchi, brilla lo stesso fuoco: come si fa a sperare di poter trovare qualcosa che non è già nel nostro cuore?" (pag. 25), che dice l'abbaglio di ritenere che, fuori da sé, possa esserci qualcosa che ci possa dare sostanza, spessore, umanità.

E che, anche, fa un pò pensare al pensiero abissale dell'Eterno Ritorno dell'Uguale di Nietzsche, ma, forse meglio, allo stadio precedente di tale pensiero, al nulla di Schopenauer, alla futilità pre superamento del nichilismo della volontà dell'Uomo.

La musica del vecchio "... andava riempiendo di buon vino nuovo la sua anima di coccio...", mentre "Il tempo cominci(ava) a scorrere secondo un ritmo assai insolito..." (pag. 26).

Poi, inframmezzati alla narrazione della crociata, vi sono dei brani che, penso, vogliano richiamare questo: "...lasciò... che il tempo cominciasse a scorrere su di lui con il suo ordine rassicurante." (pag. 43); "...s'allontanò di qualche metro, fino a quando ebbe intorno solo la notte... Fissò allora lo sguardo su alcune stelle lontane, eguali a mille altre, e lasciò che il loro lungo viaggio nel cielo gli sgombrasse la mente da tutte le scorie che la vita vi aveva depositato." (pag. 47).

Alla fine, ascoltata la narrazione del suo Io futuro, il protagonista ne narra una ad un bambino che aveva già incontrato, e, alla fine di essa, il "...poeta che preferiva andare per il mondo a raccontare menzogne, pur di non accettare se stesso", diventa "...il saltimbanco della leggenda..." col "...cuore nuovo di bambino." (pag. 65)

Il saggio dell'autore è "Nostalgia dell'eroe" (pagg. 66-68), nel quale si dice, appunto, di come Pátu e Veretum esistano realmente, nei pressi di Capo di Leuca, e di come il protagonista sia un personaggio storico, anche autore di una "La Chanson d'Antiochie", dalla quale sono tratte le notizie utilizzate per la parte "storica", che: "...ha permesso la meticolosa costruzione degli avvenimenti, dell'atmosfera, nomi ed azioni dei personaggi minori compresi." (pag. 67).


-"Il re torna nell'ora più buia", di Adolfo Morganti (pagg. 69-96)-che racconta di un eroe che, qui, è un miliziano, uno, per così dire, della guardia scelta di un impero al di fuori del tempo e dello spazio, barbarico, sconvolto da continue guerre.

Eroe che, allo sbando dopo la sconfitta del suo esercito, trova per caso un monastero, in cui gli vengono insegnate molte cose; un'antica sapienza ("Solo chi è capace di staccarsi da... lle cose terrene... può accedere alla Meta; gli altri rimarranno sempre attaccati ai brandelli dell'apparenza..." (pag. 89), un pò buddista), ma, anche, una tecnica di combattimento che, noi, potremmo definire di arti marziali: "...volle apprendere quelle tecniche... La sfera, la Non-Mente, il Colpo perfetto..." (pag. 86), che gli consentono di migliorare enormemente la sua già cospicua abilità nelle armi; anche dovuta al fatto che, l'impero che serviva, aveva, alle sue radici, anche se diluite e modificate dal tempo, proprio quella dottrina; un pò come succede a Conan.

Quando poi egli rifiuta di rimanere al monastero, dove avrebbe potuto evitare la minaccia dei vincitori, e continuare a migliorarsi nella conoscenza e nella tecnica di combattimento, ecco che gli si dice che il posto vuoto che anch'egli aveva notato nel triangolo alchemico simbolo di quei monaci: "...è di colui che ha saputo rigettare tutto... tutto... E sotto a lui il mondo s'ordinerà come per magia, e tutte le cose seguiranno la propria legge." (pag. 94); egli, al momento, sembra rifiutare perfino quello, ma, poi, il suo destino lo porterà a compiere esattamente quanto gli era stato detto avrebbe potuto fare.

In un colloquio con uno dei monaci, sulla sapienza, si dicono alcune cose di un certo interesse: "Su questa terra si è sempre combattuta una eterna guerra... Da una parte la Luce e le sue stirpi, di ghiaccio e di sole, dall'altra le Tenebre..." (pag. 90), gli archetipi fondamentali del fantasy, che sono qui pensati nell'accezione di Ordine e Caos; e non certo come nel ciclo di Ambra di Zelazny!

Ed una considerazione su quanto la conoscenza sia di fastidio a chi governi con la forza: "...vi perseguiteranno finchè non scomparirete, e con voi l'ultimo barlume di Tradizione." (Idem), frase seguita da una che anche l'Asciuti a rilevato, effettivamente un pochino ambigua: "Mai l'aratro ha lavorato il campo, e mai la penna ha potuto scrivere, senza la spada.", "...trasformazione del detto mussoliniano "È l'aratro che traccia il solco, è l'aratro che lo difende..." (Asciuti, pag. 34).

Il saggio dell'autore è "Il segreto dell'"heroic fantasy" (pagg. 96-98).


-"Il fiutatore del vento", di Benedetto Pizzorno (pagg. 99-159)-ottimo, è un science-fantasy molto ben congeniato, nel quale : "...conoscenze e tecniche di un tempo perduto... passano per magia..." (pag. 124); è, infatti, ambientato su di un pianeta sul quale l'Uomo è andato: "...in cerca di nuovo mondo..." (pag. 151); ma sul quale solo pochi, arroccati alla Fine del Mondo, conservano, almeno in parte, l'antica conoscenza.

E che è alla sua fine; infatti attorno ad esso ruotano: "...trentaquattro mondi... (ma che) un tempo... erano... nove o dieci (i quali) poi... si erano avvicinati tra loro... stringendosi sempre più vicini al Sole che perdeva calore; altri se n'erano aggiunti, venuti dalle profondità dello spazio..." (pag. 131).

L'eroe è un sapiente, uno a cui, nel marasma di guerre e violenze, è stato insegnato quanto è rimasto, di ciò che era, e che decide di andare alla Fine del Mondo, per sapere dell'altro.

Anche qui, quindi, vi è una ricerca del proprio vero sé, tramite questa ricerca della realtà ontologica del Mondo così materializzata, a cui si affianca un percorso interiore: "...riuscirai a ripercorrere il tuo cammino, come vuoi fare." (pag. 110), verso le proprie vere radici, e un, simbolicissimo, superamento di un ostacolo sulla via: "...i mostri... quelli che, in passato, in altre avventure, aveva sconfitto... e... che avevano popolato i suoi sogni di bimbo..." (pag. 114), che capisce essere tali quelli che, posti proprio per scoraggiare visite indesiderate, avevano impedito fino ad allora ai villani di giungere alla Fine del Mondo.

Il divertente, di questo racconto, viene comunque dal sovrapporsi di conoscenza e leggenda, che trasforma la scienza, appunto, in magia; l'autore imposta un vero e proprio gioco, col lettore, che è invitato a capire cosa possa trovarsi dietro ciò di cui la scienza è stata ricoperta: "Le connessioni brillavano impalpabili tra i vari aspetti della realtà, e la mente... era in attesa di un segno." (pag. 115).

Quel mondo, o, meglio, il  popolo della Fine del Mondo, poi, viene ricostruito in ogni suo dettaglio, con descrizioni davvero buone di molti aspetti rilevanti della sua organizzazione, e la narrazione non disdegna, anche, qualche spunto erotico.

Nella presentazione, il de Turris (penso), dice che questo racconto fa parte di un ciclo che comprende i racconti "La spada e la rosa", "La dea del mare", "Il dono di Fadrel", "Occhi verdi, capelli di fuoco" e "Canzone interrotta" ("Le ali della fantasia/2").

Il saggio dell'autore è "I sogni nascono all'alba" (pagg. 159-161), nel quale si dicono alcune cose che mi sono parse degne di menzione sulla natura del fantastico: "...prodotto finale della distillazione di sogni, speranze, desideri spesso inconfessati e ricordi, soprattutto ricordi... Non si tratta di una fuga... perché scrivendo porto con me tutto quello che sono e tutto quello che so..." (pag. 160).


Dunque, la buona qualità che abbiamo visto essere dei racconti di queste, primissime, antologie di heroic fantasy italiana, può far passare in secondo piano alcune sparate, come abbiamo detto, davvero un pò ridicole di alcune appendici ad essi; e un'esperienza editoriale di questo genere, per quanto piccola, e connotata politicamente in questa maniera, penso abbia fatto comunque bene al nostro genere.






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