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Batteriological Night Fever

Inserito Mercoledì 15 marzo 2006

Narrativa di Domenico Gallo

Quello che tutti desideriamo davvero è giungere al punto in cui il passato non può dare alcuna spiegazione su di noi, che così siamo liberi, finalmente, di costruirci la nostra vita.
(Richard Ford)

Osservo le mattonelle del pavimento attraverso il plexiglas della sedia pieghevole. Dall'edificio di fronte proviene della musica stonata che si perde tra le stanze semivuote. Il VHS vibra. Sangue e Fuoco (Blood and Fire). L'albanese stritola l'ennesimo mozzicone sotto le suole dei mocassini lasciando sottili strisce nere di cenere sul pavimento di cotto deturpato dalle scalfitture. Cicca, dice lui provocandomi. Porta mocassini senza calze e i piedi sudati si sono impregnati del colore del cuoio. Si toglie le scarpe con un semplice movimento dell'alluce e usa le dita dei piedi per grattarsi le caviglie. Il VHS vibra. Io conto i pixel dello schermo sottomettendomi a un dolore acuto alle tempie. Perdo il conto e inizio da capo. Solo Phoenix sembra guardare il film con reale interesse; io preferisco concentrarmi sui punti colorati del video. Si accendono e si spengono come supernove. L'erezione di Phoenix aumenta tendendo la tela dei calzoni. VHS. L'albanese rigira tra le mani il telecomando e sembra incombere sull'immagine dello schermo come una condanna; un suo semplice gesto e tutto sarebbe sparito da un momento all'altro. Who watches the watchman? Who is fucking on MTV... Phoenix afferra la rossa per i capelli costringendola a un rapporto orale. VHS. L'immagine tremola fino a sparire e i corpi nudi lasciano posto all'effetto neve delle statiche. Forse lo scud è caduto molto vicino e ha oscurato il satellite. Phoenix sibila un commento di rammarico, si alza stirandosi e agguanta in malo modo un tetrapak d'acqua potabile dall'angolo. Beve direttamente dal cartoccio e rutta. L'albanese ride sommessamente tra sé, come fa sempre più spesso; ora guarda interessato la TV sintonizzata sul canale morto. Phoenix indossa una canottiera blu e un paio di jeans sdruciti che non toglie da un mese. Ciabatta fino a sparire nel buio del corridoio. È alto e massiccio, forti avambracci da atleta, una barba folta da cubano, ma cela qualcosa di indefinibile dentro di sé. Mi alzo a mia volta e mi avvicino alla finestra per occhieggiare il canale.
Ripensiamo alle mattonelle del pavimento. Allargando le cosce mi si presenta una porzione triangolare deformata dal plexiglas. Muovo impercettibilmente il collo, provocando una variazione infinitesima dell'angolo attraverso il quale osservo il pavimento; nuove geometrie si creano nelle linee di malta; il segmento sudicio sembra affilarsi come una lama di coltello perdendosi nell'orizzonte che muore nell'intersezione del muro. Mi alzo ed estraggo il coltello finlandese infilato nella custodia di cuoio. Un regalo di mia moglie. Passo la lama sulla lingua. Non c'è musica; da tre giorni manca la corrente elettrica e solo qualche goccia penzola dall'orlo del tubo per precipitare nel recipiente di vetro resina. Rigo il plexiglas ricavandone fragili riccioli opachi che si sbriciolano al tocco della mano. Uno stridio sgradevole accompagna l'arrotolarsi di questi trucioli. Trattengo il respiro e, con attenzione, riesco a tenere sul palmo della mano un'elica bianca che porto alla bocca. Mi inumidisco le labbra, poi tocco l'elica con la lingua: è ruvida e fredda, impercettibilmente amara. La ingoio.
Mi chiedo spesso come siamo finiti qui. Analizzo tutte le improbabili intersezioni che sono avvenute e hanno unito questo improbabile gruppo. Questo interrogativo frequente rompe l'ozio forzato di questi giorni. Oggi devo annotare un leggero prurito sul torace subito seguito dall'arrossamento della dermatite. L'albanese è uscito ed è tornato dopo due ore con un tubetto di pomata anti-allergica. Mentre me la spalma ride tra sé. Phoenix lancia una ciabatta contro la lampadina che penzola inerte dal soffitto ottenendo solo lo sfarfallare leggero dell'intonaco. Chiede all'albanese se ha visto i rottami dello scud, ma lui scrolla le spalle. Phoenix, appena alzato, dopo aver pisciato nella latrina da cui non scende più acqua, si spoglia nudo e analizza il proprio corpo millimetro per millimetro, cercando con meticolosa apprensione le placche eritematose avvisaglie dell'infezione; poi mi si avvicina affiché gli controlli le parti che non può controllare da solo.
Io e l'albanese siamo diventati immuni, almeno crediamo. Abbiamo contratto l'infezione in forma leggera, forse perché la carica della testata batteriologica del primo contagio doveva essersi deteriorata. Phoenix invece l'ha scampata, finora. Per questo vorremmo oltrepassare il cordone sanitario che ci blocca nelle zone infette; ma non esite più alcuna autorità competente che possa emettere un certificato o un responsabile di confine che lo legga. Durante la notte, la linea che taglia in due l'Europa è illuminata dalle vampate dei bengala e dai bagliori dei cecchini-robot che inseguono le ombre. Andare a Trieste costa una fortuna, ed è pericoloso... mortale.
Mi affaccio alla finestra sfondata, spingo di lato la serranda e un pezzo di legno cade leggero fino ad appoggiarsi sulla superficie del canale. Odore di marcio sale dall'acqua, un'ondata invisibile che avvolge e stomaca. Un mese fa, o dovrei dire trenta segni graffiati sulla parete fa, quando mi affacciai alla finestra una delle prime volte, furtivo e spaventato, temendo chichessia, scorsi due sagome scure che abbracciate fluivano assieme alla marea. Contai fino a novemilaseicentotre prima che i cadaveri sparissero nel canale ortogonale al nostro e la corrente li togliesse dalla mia vista. Dalla casa dirimpetto non si udiva nessuno, neppure il gracidare del transistor che lanciava proclami in tutte le lingue conosciute.
Torna indietro con la memoria, solo di un anno, non di più. Immagina di trovarti a rivivere un istante qualsiasi della tua vita normale. Di quella vita su cui non hai mai riflettuto abbastanza e che ora ti sembra impossibile sia accaduta veramente. Quale era il colore della tappezzeria di casa tua? Non lo sai. E il contenuto dei cassetti? Neppure. Le camicie erano riposte a destra o sinistra? Dove erano appese le cravatte? Questo è niente; non ricordi neppure il colore degli occhi dei tuoi amici o il loro timbro di voce, come erano vestiti l'ultima volta che li hai visti. Tutto se ne è andato... Come lacrime nella pioggia, aggiungerebbe Claudio se fosse qui, ora. Torna indietro di un solo anno, quando le avvisaglie di guerra erano solo titoli di giornale che si spostavano da una pagina all'altra, i cui caratteri s'ingrandivano fino a giganteggiare in testa alle prime pagine. Solo un anno fa...
Raffiche di mitraglia seguono il rumore assordante delle pale dell'elicottero della Guardia Nazionale. Spazzano i tetti da cui sono partiti alcuni razzi fuori bersaglio. La rappresaglia dura pochi minuti, poi Venezia torna silenziosa come sempre era stata. Chiedo all'albanese se fosse mai stato al carnevale di Venezia. Mi guarda e fuma, toglie la sigaretta dalla bocca, storce le labbra e mi fissa negli occhi. Ha quell'atteggiamento da duro che mi piace. L'averlo come compagno di fuga mi ha sempre rassicurato. Uno sbuffo di fumo si dilata nella stanza, scompare.
- No, - risponde. - Ma una volta ho comprato il biglietto della lotteria di Venezia.
Riprende a fumare, la sigaretta si esaurisce lentamente nel silenzio generale; la osservo ardere e diventare grigia, fino a raggiungere il filtro. Le labbra si tendono, poi lasciano intravedere i denti. L'albanese si alza e va alla finestra, apre i battenti delle persiane e una lama di sole lo illumina in un vortice di particelle sospese. Getta la cicca nel canale.
- Tenete Venezia pulita.
Guarda con interesse davanti a sé, vede qualcosa che dalla mia posizione non posso vedere. So che guarda il muro poco distante. Fischietta, poi tira fuori il suo cazzo e piscia oltre la balaustra. Il suo cazzo è scuro, ma brilla per la luce del sole e i riflessi della polvere.
Phoenix. Generalità ignote. Un nome d'arte, dice lui. Siamo chiusi in un appartamento abbandonato di quattro stanze, eppure lui riesce a eclissarsi per ore senza lasciar trapelare un minimo indizio della sua presenza. Poi, improvvisamente, si ripresenta eccitato, amichevole, con episodi logorroici che durano ore prima di estinguersi. Sono Phoenix, l'angelo sterminatore; intercala continuamente, e descrive trame immaginarie di film che ci assicura di aver interpretato. L'albanese ride e lo interrompe, lo contraddice affermando che i film di cui parla sono stati interpretati da altre persone. Phoenix reagisce mescolando dentro di sé stupore, furia omicida, vergogna. Queste tensioni non si manifestano in una controversa temperanza, ma si alternano imprevedibilmente. Quando incontrai l'albanese, Phoenix era con lui già con da qualche tempo. Da subito li considerai di una coppia stranamente assortita, specialmente perché Phoenix porta con sé una grossa somma in dollari e marchi che ci ha permesso di sopravvivere fino a ora, mentre l'albanese non ha mai dimostrato di avere un soldo con sé. Di solito Phoenix mi ignora, guarda verso di me solo durante i bisticci con l'albanese, forse cercando un assenso.
Mia moglie mi lasciò, abbandonò la nostra casa, Genova, l'Italia, prima dello scoppio della guerra. Fortuna? Non lo saprò mai. Le ultime notizie la davano in Olanda, oltre questo magico cordone sanitario, al sicuro dagli scud e dalle infezioni, lontana da me e dagli attentati arabi, oltre l'amore e le rappresaglie. Un giorno sparì, era il 18 aprile 1997; un distacco segnato dagli spazi vuoti negli armadi e sui ripiani della libreria. Dopo solamente due mesi gli alleati sganciavano le atomiche su Theran, Tokio e Kiev. Le tv brillavano di colori mai visti e i filmati della ABC erano su tutti i monitor della terra;. nei locali, nei supermercati, agli angoli delle strade. Le vetrine di elettrodomestici erano un unico schermo dove mosaici di video trasmettevano la medesima immagine di queste luci grandiose. Il giorno dopo, solo il giorno dopo, tutta la città era attraversata dalle sirene della polizia e a mezzogiorno iniziarono a distinguersi le prime sporadiche detonazioni. Gli immigrati erano spariti dalle strade, li vedevi fare capolino dai finestrini dei cellulari e da dietro il telo mimetico dei vecchi autocarri dell'esercito. Il giorno prima la folla si era riversata per le strade, all'inizio per protestare, ma alla fine per festeggiare l'evento. C'era un'euforia generale che ricordava la notte di capodanno a Time Square. Bandiere tricolori, balli, amori spontanei, le bottiglie vuote che volavano contro i muri. Solo gli spot pubblicitari interrompevano le immagini provenienti da ogni parte del mondo. Non appena i primi cadaveri vennero abbandonati, le strade si svuotarono. L'esercito deportava in massa gli immigrati verso una destinazione sconosciuta e mitragliava quelli che tentavano la fuga. La TV ci inebriava come mai aveva fatto. Dio, che luci meravigliose. E mia moglie le vedeva dall'Olanda, mentre io passavo da un canale all'altro sempre in cerca di nuovi comunicati, sperando di cogliere qualche notizia mentre arrivava in redazione. Fuori, tra gli spari sempre più frequenti, si svolgeva quella che Radio Onda Rossa chiamava la nuova battaglia di Algeri. La radio libera venne chiusa e le ultime voci trasmesse erano state le urla dei redattori falciati dalle raffiche della Guardia Nazionale. La pulizia etnica in Olanda, come in Gran Bretagna e in tutto il nord Europa durò solo qualche giorno. In Italia non fu mai completa, fu l'esercito a ritirarsi e le strade e le case abbandonate furono facile preda delle bande di bulgari e di polacchi scampati ai rastrellamenti.
L'albanese si ripresenta dopo un paio d'ore. Indossa un giubbotto jeans, una T-shirt bianca e pesanti pantaloni di fustagno. Ride. Si toglie di dosso il giubbotto e lo appende a un chiodo ficcato nel muro. La maglietta sudata esala un odore acre. Si sfila la fondina ascellare da cui penzola la Beretta calibro 9 che ha rubato a un morto e la appoggia con cura per terra. Ride. Io lo guardo in silenzio, in attesa delle notizie che deve portarci. Non romperei mai quest'attimo per indurlo a parlare, il desiderio mi rode, ma non farei un cenno né abbozzerei una parola.
Phoenix invece si spazientisce immediatamente. L'albanese si accende una sigaretta.
- Domani... E vogliono 5000 dollari.
- No... Sono tutti i soldi che ci sono rimasti.
La voce di Phoenix fortemente marcata dall'accento rompe qualcosa che non avrebbe più potuto esistere.
L'albanese annuisce.
- È l'unico stalker che ha accettato l'incarico. Di quelli che hanno attraversato la laguna la settimana scorsa ne sono tornati solo due. Il vento ha spazzato improvvisamente le nuvole e il satellite ha intercettato i motoscafi.
Annuisco.
- Vaffanculo. - Phoenix diventa rosso in volto e se ne va nell'altra stanza.
Lontano il fischio in caduta libera dello Scud.
L'albanese si avvicina; sento il suo odore forte, quasi acido. Mi si siede davanti.
- Da quanto tempo non scopi?
- Un anno, - rispondo senza riflettere.
- Hai mai fatto il culo a qualcuno?
- In che senso?
- Il culo. Il culo si fa in un solo modo. Appoggi il cazzo contro il buco del culo e spingi. - Ride - Questo è fare il culo.
- Sì... Pensavo dicessi un'altra cosa.
- A uomini o a donne?
- A donne, - esito un poco prima di rispondere. La voce mi esce male, tremolante, come se stessi mentendo.
- Già, le donne. - Ride - È diverso, molto diverso. Il culo dei maschi è ruvido, peloso. Sentì i muscoli forti che si tendono. Le donne invece...
Phoenix rientra nella stanza. Ci guarda alternativamente, con rabbia. Lancia per terra i soldi estraendoli dalle mutande, poi se ne torna nella penombra delle altre stanze, da dove era venuto.
L'albanese lo segue dopo qualche istante. I loro mugolii mi tengono una tenera compagnia fino a quando mi sembra di addormentarmi.
Fu Claudio a cercare mia moglie al posto mio. Io non mi mossi di casa. Solo il videoregistratore mi faceva compagnia, ogni giorno, appena avevo qualche minuto libero. Venni a sapere da Silvia che l'aveva trovata vicina a Monster, in una casa sul mare del Nord. L'ho immaginata come un fotogramma di qualche documentario, davanti a un mare scuro sempre inquieto, con gli spruzzi che macchiano i vetri e un cielo basso e cupo, un grigio screziato dai fulmini globulari. Silvia piangeva mentre mi riportava il resoconto del Consolato d'Italia a Haarlem. Claudio aveva pedinato l'uomo con cui abitava mia moglie, l'aveva seguito in città, aveva atteso che consumasse un pasto leggero e, al momento di pagare il conto, si è avvicinato e gli ha sparato. La sua latitanza non è durata molto; senza alcuna ragione apparente ha assalito da solo gli impiegati che uscivano dal consolato americano a Utrecht, uccidendone cinque prima di essere crivellato dai colpi dei marine di guardia. Silvia mi porse una foto della salma sdraiata sul selciato. Aveva la kefia sporca di sangue e la giacca spigata bruciata dagli spari. Riconoscevo lo stemma dell'Olp infilato sul bavero e gli occhiali rotti distanti solo qualche centimetro dal viso. Indossava le scarpe da tennis, coerente con quella sua tipica ineleganza su cui non aveva mai receduto. Come sempre aveva precorso i tempi e iniziato prima degli altri la Madre di Tutte le Battaglie. I giornali delirarono di terrorismo internazionale, ma io sapevo che aveva trovato un modo come un'altro per farla finita. Io e Silvia stemmo abbracciati in silenzio per qualche minuto. Fu l'ultima volta che la vidi .
L'albanese torna da me dopo un tempo imprecisato, interrompendo il mio dormiveglia; si siede a terra, appoggiandosi al muro e inizia a fumare.
- È una delle ultime che rimane, - esordisce alzando la sigaretta. - Le prossime le fumeremo a Trieste.
- Credi che arriveremo mai a Trieste o fino in Slovenia... e fino in Austria...
- No, - soprira un po' di fumo. - Non credo.
- E perché ci provi? Probabilmente sei immune alle epidemie; qui potresti sopravvivere. Oltre il cordone sanitario non lo sai.
- Ci provo perché tu ci provi. - Ancora uno sbuffo di fumo. - Mi sei simpatico.
Ci guardiamo senza parlare, poi vago senza meta tra i muri della stanza. In questi giorni sono diventati un itinerario prezioso e sconcertante di novità. Ho esplorato tutte le crepe e le imperfezioni del muro, le piastrelle del pavimento, le minuscole effrazioni delle viti delle sedie, le forme ovalizzate dei rivetti, un'irregolarità del vetro capace di distorcere l'immagine e diventare per me un affascinante caleidoscopio. E i rumori...
L'acqua del canale sembra mormorare qualcosa, una frase indecifrabile dal suono familiare ma dal significato sfuggente, un coro di una qualche tragedia greca intento a suggerire i movimenti dei protagonisti verso i loro destini. Il ronzare della lampadina a incandescenza, lo sfarfallare dei calcinacci presi dal vortice lento che li adagia a terra. Avverto la corrente elettrica arrivare, gli elettroni giungere al limite dell'impianto, poi il potenziale che si ritira nel nulla come è arrivato, impercettibile come una lenta marea normanna. Lontano da noi, forse, qualche radio a transistor capta ancora le trasmissioni del nord Europa esaurendo le ultime pile rimaste. Mi piace immaginare i programmi musicali, le hit-parade, le voci drammatiche degli speaker dei radiogiornali stupite giorno dopo giorno dall'accavallarsi degli avvenimenti, del verificarsi di fatti ritenuti impossibili.
La sigaretta dell'albanese si esaurisce del tutto; una leggera bruciatura danza attorno al filtro. Le sue dita sono gialle di nicotina e callose. La lancia per terra, tra noi.
- Tanto domani ce ne andiamo, - dice. - Perché tenere pulito?
Assentisco.
- Ti voglio raccontare una storia d'amore. Ti va?
Lo guardo negli occhi, stupito di tutta questa loquacità. Assentisco ancora.
- È la storia di una donna. La storia di Marlene, chiamiamola così. Ti va?
Assentii.
- Ebbene questa Marlene era stata la fedele e innamorata compagna di un uomo per oltre dieci anni, tutta la sua giovinezza. Sempre con lui, solo con lui. Tutto il mondo era lì tra loro, come nei romanzi rosa. Un bel giorno scopre che lui ha un'altra... che si scopava un'altra. Diciamo una bella dentista, una gran fica. Lui se ne va con la dentista e lei si ritrova sola. Da un giorno all'altro sola. Attorno a lei erano passati dieci anni e lei non se ne era accorta. Come una turista in vacanza in India a cui hanno appena rubato tutto, da sola, senza conoscere alcuna lingua, senza soldi né documenti, sola tra il brulicare incomprensibile della vita e delle razze.
L'ascolto stupito, incerto se cercare un nesso tra me e quello che dice.
- Un suo vecchio amico che l'aveva amata in segreto sin dall'infanzia, in tutti questi anni le era stato discretamente e fedelmente vicino, l'aveva osservata innamorarsi di quest'uomo. Quando seppe che lei, dopo tutti quegli anni, era ritornata sola, si fece avanti rispettosamente, cercando di esserle di conforto con la sua presenza. In quel periodo di disperazione lui era per lei l'unico amico. Un po' come se la nostra ipotetica turista incontrasse tra la folla proprio un suo vecchio compagno di scuola. La loro confidenza aumentò, e lui sentiva avvicinarsi il momento in cui avrebbe potuto rivelarsi a lei e sentiva crescere le sue possibilità. Ma lei si era avveduta da subito dell'amore nascosto del proprio amico. E sai cosa fece?
Scuoto il capo con un solenne cenno di dinniego. L'albanese si accende un'altra sigaretta, sospende il racconto per qualche istante, caricandolo di attesa.
- Incontra casualmente un bel tipo che la ferma in mezzo alla strada, che la frastorna con un sacco di lusinghe banali. Bla bla bla...
Una bella risata rompe il racconto.
- Era un rappresentante, e l'ha adescata nello stesso modo in cui circuiva i clienti. Ebbene, Marlene, incurante dell'amico affezionato e discreto, accetta la corte di questo tipo mai visto e conosciuto e la sera stessa gli ha mollato la sua bella fica.
L'albanese ha assunto un'aria solenne, ieratica.
- E l'amico che ha fatto?
- Non lo so. Probabilmente la sta ancora aspettando, oppure si è chiuso nella sua cameretta da scapolo, ha indossato la sua triste giacca da camera, si è infilato la canna della pistola del nonno in bocca e si è sparato. Tu cosa preferisci?
- La seconda ipotesi. Sì, preferisco la seconda.
- Hai ragione, tanto se non si sparava sarebbe stato uno dei primi a morire per le epidemie. Era uno sfigato. Solo gli stronzi sopravvivono.
Rido anch'io, l'albanese mi piace sempre di più.
- Qual'è il tuo vero nome? Albanese è un soprannome... almeno credo.
- Franco, mi chiamavo Franco.
- E com'è che sai tutte queste cose?
- Mi piaceva raccogliere le storie della gente. A Genova giravo tutto il giorno nei bar del centro storico e ascoltavo. - Mi tira una sigaretta. - Fuma anche tu che domani non farai più in tempo.
- Anch'io abitavo a Genova... Non ti ho mai incontrato.
- Capita.
Tengo la sigaretta tra le labbra anche se non ho mai fumato. L'accendo tremando per questo gesto sconosciuto, che ho sempre temuto come il segno di una inarrestabile corruzione. Il fumo si espande in bocca caldo e amaro. Si mischia alla saliva creando una sospensione asfissiante. Temo di tossire quando mi decido a ingoiare quella insolita mistura.
- Perché vuoi andare di là?
- Per rivedere mia moglie.
- Ti sta aspettando?
- No, viveva con un altro. Adesso non so cosa faccia.
- La devi uccidere?
- No, voglio solo rivederla. È l'unica cosa che mi rimane del passato. Anzi, non vorrei neppure che lei si accorgesse di me.
- Dove vive?
- Credo che sia sempre in Olanda, a Monster.
- Non ci arriverai mai.
- Vedremo...
Distolgo lo sguardo da lui. Tiro verso di me il sacco a pelo e apro la cerniera.
- No, non dormire. È l'ultima notte, domani potremmo essere morti. Non sprecarla a dormire.
- O.K. - Mi infilo comunque dentro il sacco a pelo.
Rimaniamo in silenzio a guardarci per un tempo non misurabile. Lo osservo sfacciatamente in viso, seguo i lineamenti del naso leggermente gobbo, la barba fitta e mal rasata che lambisce gli occhi, lo sguardo cattivo che lascia intendere reazioni violente e improvvise.
- Anch'io ero sposato. Mia moglie se n'è andata via con mio figlio da un tempo immemorabile. Ti capisco, so perché vuoi rivederla.
- Perché? Io non lo so. - Una leggera pausa del discorso mi permette di ascoltare il cuore che batte e intravedere migliaia di pensieri che si affaccendano per distrarmi. - Dimmelo.
L'albanese estrae la pistola, libera il caricatore e se lo mette in tasca. Poi fa saltare il colpo in canna e inizia a giocherellare con il proiettile.
- Dobbiamo uccidere quello di là. - Mentre parla guarda per terra. - Ci tradirebbe. È un egoista e un bugiardo, pensa solo ai cazzi suoi.
- Non potremmo lasciarlo qui. Lo leghiamo.
L'albanese fa ruzzolare il proiettile da una mano all'altra, poi nasconde le mani dietro la schiena e mi presenta i pugni chiusi.
- Destra.
Apre la mano e mi mostra il proiettile. Ridendo allegramente apre anche l'altro pugno dove c'è un altro proiettile.
Rido anch'io.
- Ho visto fare dei giochi di prestigio da imbroglioni di professione che neppure ti immagini. - Mi lancia uno dei due proiettili. - Non abbiamo nulla dietro di noi capace di ricordarci come eravamo. Non dobbiamo lasciare nulla neppure dentro di lui.
- Va bene, ma lasciamolo dormire. È molto stanco.
È notte; il tempo si adagia su di noi come un molle tessuto, umido e caldo. Le lancette non sembrano neppure inseguirsi tra loro, si sentono osservate e scelgono un ritmo loro. L'aria è calda e immobile, vampate di decomposizione emanano dal quel viale liquido che scorre sotto la finestra socchiusa. Forse altri corpi stanno scorrendo verso la laguna per perdersi in mare, forse passano in questo stesso momento. Sono immobile e guardo Franco, invece dovrei alzarmi e appostarmi dietro i vetri incrostati, in agguato di quelle sagome scure destinate a galleggiare nella notte. Forse sta passando una piccola lancia, tirata dalla leggera corrente, in questo silenzio si può udire la chiglia che scontra qualche relitto più lento e lo spinge di lato, oppure i bordi dello scafo che graffiano i mattoni del palazzo durante la stretta curva che si getta nel canale più grande. L'albanese gioca con la pistola e attende l'alba.
Tra le mie braccia morì l'algerino che da mesi attendeva il rinnovo della sua misera borsa di studio. Spesso lo invitavo a cena, pregandolo di farmi compagnia, affiché alleviasse la mia solitudine serotina. Lo costringevo a mangiare abbondanti portate sperando ingenuamente che gli servisse per saltare il pasto del giorno successivo. Jaques Barriage, un nome così europeo. Lo fulminarono davanti alla porta del mio studio che mi ero ostinato a frequentare fino alla fine. Forse veniva da me, sfidando la strada, per mangiare o solo per parlare o per avere notizie dei soldi che gli dovevano arrivare. Fuggì sulle scale inseguito dai volontari della Guardia Nazionale, cercando nel mio studio l'improbabile salvezza. Raccolsi le carte sparse sui gradini di marmo consumati dai secoli di studenti e li chiusi nel cassetto basso della mia scrivania. Aveva corretto con diligenza le parti del suo lavoro che gli avevo annotato, risolto le mie perplessità. Il saggio su Tournier poteva dirsi concluso. Attesi che si avvicinasse il tramonto, attratto dagli spari ora lontani ora vicini; addirittura rimbombavano all'interno dell'istituto deserto e inerme. Chiusi la porta per l'ultima volta e con me non presi nulla. Né un libro da leggere né uno dei tanti lavori da finire. Nell'androne settecentesco riposavano due corpi, due volontari della Guardia Nazionale. Gli studenti della Pantera avevano portato a buon fine un'agguato. I vetri del gabbiotto delle informazioni erano infranti e stidevano sotto i miei passi incerti.
L'alba si presenta con l'offerta di un'altra sigaretta. La metto in bocca ubbidiente e l'accendo. L'albanese si avvia verso la camera dove dorme Phoenix. Non ho sentito rumori provenire da lui per tutta la notte, forse aveva qualche pillola nascosta di cui non ci aveva parlato. L'albanese sparisce per un attimo oltre la porta, nel buio. Poi riappare e mi guarda brevemente, con un cenno mi invita a preparare il bagaglio quasi pronto da giorni. Mi passa un cartoccio d'acqua per farmi bere, poi da una delle tasche interne del suo giubbotto mi porge un'arma. Io non mi muovo, lui con un gesto rinnova l'invito.
- La sai usare?
- No, - risposi. - Non sono capace.
L'albanese la impugna con convinzione, si avvicina e mi mostra praticamente come togliere la sicura, come inserire il colpo in canna e come smobilitare il caricatore. Me la mette in mano.
- Non dovrai fare dei duelli. Può bastare che tu colpisca qualcuno disarmato o alla schiena.
La prendo e la infilo in tasca. Dall'altra stanza proviene un leggero rumore e un sospiro.
- Si sta svegliando.


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