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Vito Benicio Zingales: il Capolavoro noir è “Il truccatore dei morti”

Inserito Mercoledì 11 marzo 2009

Narrativa recensione di Iannozzi Giuseppe





E’ questo un romanzo che è un Capolavoro. Non temo smentita alcuna. Non un semplice noir, né un dozzinale giallo o thriller. Siamo di fronte a una elaborazione scrittoria che merita d’essere iscritta in una nobile categoria, quella letteraria. La scrittura di Vito Benicio Zingales è per molti versi rimbaudiana, profondamente lirica, distaccata dagli stereotipi della narrativa di genere. La prosa di Zingales, sempre aggiustata su pericolose e invidiabili peripezie linguistiche, è di poetica fattura: l’autore ha il dono di riuscire a trasporre immagini e situazioni in una prosa poetica di rara raffinatezza, che è in parte bulgakoviana e in parte rimbaudiana.

Parafrasando Simpathy for the Devil scritta da un giovane Mick Jagger, è per noi d’obbligo ricordarci che il Diavolo, si presenti esso con volto angelicato o meno, sempre pretende da noi qualche cosa: cerchiamo dunque di azzeccare il suo nome, di usargli un po’ di umanità e di cortesia, e anche di buon gusto, perché altrimenti il serio rischio è che Lucifero ci trascini via con sé, mentre noi rimaniamo imbambolati con gl’occhi fissi su di lui, affascinati da come sa condurre bene il gioco. Forse non tutti sanno che Simpathy for the Devil fu scritta da Jagger, che rimase letteralmente folgorato da Il Maestro e Margherita di Michael Bulgakov – ed è questo un pilastro della Letteratura mondiale che Eugenio Montale non esitò a definire «un miracolo che ognuno deve salutare con commozione». Se con Bulgakov siamo messi nella privilegiata condizione d’entrare a contatto della materia viva e magmatica del Miracolo, con Zingales entriamo di prepotenza in una vena faustiana, una delle tante che Bulgakov ha aperto ne Il Maestro e Margherita. Citando a memoria Umberto Eco, è vero che i libri alla fin dei conti non fanno altro che parlare di altri libri; però c’è modo e modo di assimilare il loro quid e di tradurlo poi nel corpo della propria scrittura. Ecco dunque che Zingales si riappropria dello spirito faustiano di Goethe, di Bulgakov, di Golding, conferendo così spessore e vita a Silvio Mezzogiorno, protagonista assoluto de Il truccatore dei morti. Nel suo piccolo, Silvio Mezzogiorno, anonimo imbalsamatore, è una sorta di Charles Manson, più o meno lo stesso che ritroviamo nella poesia coheniana, The Future: “There’ll be the breaking of the ancient/ western code/ Your private life will suddenly explode/ There’ll be phantoms/ There’ll be fires on the road/ and the white man dancing/ You’ll see a woman/ hanging upside down/ her features covered by her fallen gown/ and all the lousy little poets/ coming round/ tryin’ to sound like Charlie Manson/ and the white man dancin’”. Vito Benicio Zingales ci accompagna dentro alla lucida follia del futuro e lo fa raccontandoci filo e per segno l’evoluzione – o involuzione – del giovane Silvio, una sorta di freak in embrione che negli anni dell’adolescenza accusa il ludibrio dei suoi coetanei non disgiunto da quello del padre-cadavere e della madre, quest’ultima troppo coinvolta nel suo dolore coniugale per potersi interessare alla dolorosa realtà che il figlio vive sulla sua nuda pelle. Ed è così che giorno dopo giorno Silvio Mezzogiorno impara a contare soltanto su sé stesso e a disprezzare l’umanità e la sua egoistica fragilità.
L’unico peccato è quello di perdersi la lettura d’un romanzo che restituisce dignità all’affabulazione italiana, oggi sempre più sottomessa a volgari criteri modaioli seriali e commerciali. Ne Il truccatore dei morti di Vito Benicio Zingales c’è chiara la presa di coscienza che il concetto morale di morte è un duro parto che tende all’approssimazione prima che alla Luce. La filosofia che è di Silvio Mezzogiorno è “di volontà di potenza”, o meglio ancora nicciana: come Nietzsche il protagonista del romanzo di Zingales intende smontare qualsiasi valore, sia esso valore puro sia esso spirituale. Riprendendo la teoria nietzschiana l’autore fa ammettere al suo personaggio Silvio che l’uomo non può allontanarsi dalla natura né dalla materia, ne consegue dunque che solamente la negazione della materia conduce a una consapevole volontà di potenza, seppur entro dei limiti terrigeni.
Vito Benicio Zingales, palermitano, nato nel 1963, svolge attività di criminologo presso la Prefettura di Palermo in qualità di Coordinatore didattico di Criminologia (Zingales è anche collaboratore del Professore Gianvittorio Pisapia). Dopo “Là, oltre i campi di Sfaax” (2002) e “Cosa di noi” (2003), l’autore torna a far parlare di sé con Il truccatore dei morti, primo capitolo d’un’ideale trilogia in corso di pubblicazione per Armando Siciliano editore. A Il truccatore dei morti faranno seguito Glass City e Inservibili resti.
Oggi, grazie alla generosità dell’autore, posso anticiparvi ben tre brani, uno tratto da Il truccatore dei morti, gli altri due dai romanzi che vedranno la luce nel corso della prossima primavera.
Godeteveli.
E non commettete il peccato mortale di non lasciarvi sedurre da Il truccatore dei morti: il lavoro di Vito Benicio Zingales merita più di quanto voi osiate immaginare.
Se doveste per qualche motivo rimanere delusi da Zingales, sono pronto a risarcirvi io personalmente: potete metterci sin da ora entrambe le mani sul fuoco.


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