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Le ali della fantasia/3


"Thule" n. 4, ed. Solfanelli, '84, 252 pagg., 8.000 £; prezzo remainders: 20,33 €; © by Marino Solfanelli Editrice

FANTASY



Eccoci dunque alla terza edizione del premio "Tolkien", che ha visto un'affluenza molto maggiore delle precedenti: 117 autori con 156 racconti.

Novità di questo '82 il fatto che, nella grande affluenza, siano arrivati alla giuria molti racconti di heroic fantasy, tanto da giustificare l'edizione di un'antologia a parte, "Le armi e gli amori", con ben diciassette racconti.


Vincitore di questa terza edizione è risultato Riccardo Leveghi, con il racconto "Le montagne della luna" (tradotto in francese, in "Antares", di Jean Pierre Moumon; pagg. 13-34). Un piccolo appunto: Riccardo è morto il 27 febbraio 1985, a 43 anni; con questa vittoria e il secondo posto all'edizione '83 riuscì a coronare un suo vecchio desiderio; già da tempo (dal '77) era affetto da una grave malattia che ne rallentò di molto la produzione. Ecco la motivazione della giuria, composta questa volta da Gianfranco de Turris, Franco Cardini, Giuseppe Lippi, Giuseppe Pederiali e Alex Voglino: "Per aver saputo creare una vicenda in cui si mescolano sapientemente ed in un crescendo di suspance storia e fantastoria, religione e fantareligione, mitologia e fantamitologia.". La struttura è piuttosto semplice; inizia in media res per proseguire con gli antefatti. Il logos è "Magdél ed-Kerum... nella Palestina ebraica", nella locanda "La verga di Aronne"; i personaggi sono solo quattro: George, "...programmatore e decifratore dell'EAEC... la commissione nord-europea per la vendita e la produzione di materiale fissionabile"; Margarethe, affascinante e misteriosa, che "si proclamava con tutti a prima vista ebrea e per rivalsa, naturalmente, antiaraba"; La Coyola "...ufficiale, laureato in ingegneria, in evidenti ma non chiari rapporti con il primo". Il Tempo metastorico è quello di un ipotetico scatenarsi di una apocalittica terza guerra mondiale: "La guerra nel mondo... Quella guerra che abbiamo preparato con i calcolatori in ogni fase, dalla mobilitazione generale alle città da colpire perchè il continente asiatico e quello americano siano sterilizzati in solo qualche giorno. La guerra è già in atto.". Del nemico storico-politico, non ci viene detto null'altro, contestualmente; questi pochi spunti restano gli unici semi da far germogliare nel nostro immaginario:uno sfondo che risulta comunque purtroppo fin troppo vivo. I primi personaggi nella locanda ascoltano George raccontare di antiche leggende; la ragazza affascinata La Coyola scettico. Poi arriva Robert con una valigetta, dove vi sono foto "...scattate da un satellite orbitante, due anni fa... a centocinquanta chilometri d'altezza."; "Li hanno abbattuti... due giorni dopo il cambiamento di rotta. Americani e sovietici si unirono in questo compito. Ma le fotografie più importanti erano già state trasmesse" a confermare, a ribadire le antiche leggende di chi sapeva, di chi cercava le Montagne della luna, il rifugio senza il quale "...la razza umana, le specie animali e vegetali, non sarebbero sopravvissuti...". Lo scenario continua ad allargarsi e a rimpicciolirsi, dagli spazi siderali all'unica realtà tangibile dell'hic et nonc del logos narrativo. Pochissimi e sbiaditi gli avvenimenti attorno ai personaggi, praticamente nulli, ma che riportano il lettore ad una dimensione accettabile in cui le elucubrazioni verso le quali era stato precedentemente incanalato trovano un compimento. Il Rifugio mitico è localizzato, e George è deciso ad andarci anche dopo il rifiuto, per timore, di La Coyola di portarvelo: "Ci andrò da solo e, dopo me, toccherà a Robert guadagnare le chiavi del Rifugio.". Giunti alla fine, si capiscono, finalmente, le ermetiche prime pagine con George agonizzante e Robert ad assisterlo: "Toccherà a me, questa volta.". Margarethe è uccisa dagli antichi déi, ma rimane oscuro chi ella fosse, e quel: ""Sono venuti", ansimava quel petto "Sono qui, sulle Montagne della luna noi vedemmo i Titani, i figli di Anak che discendono dai giganti e noi fummo avanti a loro come locuste e ai loro occhi siamo locuste"...". George muore, in un'atmosfera che può ricordare la fine di uno dei personaggi di "A Maze of Death" di P.K. Dick: "Le stelle nel cielo sono coperte da una coltre di ghiaccio. Scintillano più vivide e si spengono. La Luna è scomparsa. Una seconda più piccola brilla lontana e selvaggia". (Leveghi); "Vide due stelle scontrarsi l'una con l'altra e dare vita a una nova; la nova s'incendiò, mentre lui continuava a guardarla, cominciò a spegnersi... Sta morendo, comprese. L'universo... Com'è strano, e maledettamente spaventoso, pensò. Si levò in piedi, fece un passo in direzione della porta. Morì così, in piedi." (Dick). I riferimenti storici e mitologici appesantiscono eccessivamente questo racconto; comunque, se si riesce a coglierne i nodi essenziali, e a non soffermare l'attenzione sui troppi particolari non strettamente essenziali, se, cioè, si riesce a cogliere l'idea basilare, questa si rivela decisamente originale e anche gradevole.

Passando ora al secondo classificato troviamo un esordiente, Luigi De Anna, con il racconto "Al di là della porta" (tradotto in finlandese come "Oven tuolla puolen", "Portti" n. 1, '93; pagg. 35-62); ecco la motivazione della giuria: "Per l'efficace fusione dell'elemento fantastico-epico con una calibrata e sentita ricostruzione della cultura europea alla vigilia della prima guerra mondiale". Innanzi tutto c'è da dire che è estremamente piacevole, più che altro per la suo scorrevolezza; infatti la narrazione scorre molto fluida, specie nella prima parte, per incepparsi però alquanto nel finale. La defaillance incorre quando alla sospensione del dubbio si sostituisce la certezza del non credibile, ovvero quando l'inverosimile che prima generava il sense of wonder diviene l'unica realtà del testo. Proprio sul limitare di questa svolta sostanziale, troviamo quella che forse è una delle cose migliori dell'intera opera ovvero una similitudine descrittiva alquanto poetica del secondary world tolkeniano in rapporto al nostro mondo: "...sono come due fiumi che scorrono parallelamente senza che le loro acque si confondano.". Gli Elfi esistono e nell'Altro Regno in cui vivono con gnomi, draghi e folletti si sta svolgendo una guerra catastrofica fra le forze del Bene e quelle del Male; la storia narra degli ultimi disperati tentativi delle prime per impedire lo straripare delle seconde nel nostro mondo, a portare il germe della guerra mondiale. In un certo senso, quindi, si tratta di "fantasy storica"... non fantapolitica, certo! Non un'ipotesi plausibile per quanto non verificatasi, ma una totalmente fantasiosa e simbolica sulla causa della prima guerra mondiale. Il germe della guerra totale, sembra voler dire, deve essere venuto da un altro quando, un altro dove, non può essere dell'uomo stesso; inconscio collettivo, ecco che forse la questione del significato simbolico si chiarisce.

Terzo classificato è risultato "Il tempo di Knut", di Riccardo Scagnoli (anche in "Polvere di tempo", ed. Black Out, '82; pagg. 63-85), con la seguente motivazione: "Per aver portato elementi nuovi e suggestivi in un genere ormai sfruttato come quello della fantasia eroica". A mio parere migliore dei precedenti, narra in modo molto poetico di una soglia spazio-temporale che mette in collegamento due universi paralleli, come il precedente; ma questa soglia è oggetto di un rito mistico-magico d'iniziazione, una prova che tutti i figli maschi di un tranquillo villaggio devono superare per volere di oscuri déi. Il lettore è a conoscenza di come stiano le cose sia da una parte che dall'altra, e l'intersecarsi successivo delle scene nei due scenari rende alla fine il quadro completo; la vaghezza delle informazioni sul mondo dove si trovano gli iniziandi una volta valicata la soglia rende l'arcano e il remoto del racconto, mentre il calore, la partecipazione emotiva nel descrivere paesaggi, sensazioni e gesta lo rendono piacevole con, complessivamente, una forte possibilità d'identificazione dei due eroi protagonisti: un lui e una lei, stereotipi del femminino e del mascolino. Una storia d'amore fra pericoli e temporali, in un (due) mondi in cui regna incontrastata la magia.

Come ormai sappiamo, oltre ai primi tre la giuria indica, ogni anno, sette racconti pubblicati seguendo l'ordine alfabetico degli autori.

Ecco quindi "Il mio nome è Legione", di Claudio Asciuti (pagg. 87-115), rivisitazione della figura del vampiro in una chiave del tutto particolare. Un professore universitario di psicologia e una certa Doina Georghiu penetrano nottetempo nella necropoli cumana di Costanza, nella speranza di trovare una verifica per ricerche teoriche del primo su di una antica leggenda. Da questo accadimento iniziale si scatenano, nella cittadella, omicidi a catena, con cadaveri ritrovati con due buchi sul collo e completamente privi di sangue. La soluzione è originale, ma più che altro ci interessa analizzare il linguaggio, da cui traspare vivamente l'Asciuti saggista: "Se non investi tutta la tua realtà con l'immaginario... non vale neanche la pena di vivere."-"E la tua realtà?"-"Non esiste. È solo un nesso che si trova, casualmente, tra noi e tutte le strade che abbiamo di fronte e che ci permette di attraversarle."; "...mi convinco... che il suo mondo sia un continuo tentativo di bilanciare il passato e il futuro, la tradizione e il marxismo, la fede nel Regno Segreto e l'ateismo, il razionale e l'irrazionale.". Oltre che, per una volta, e molto positivamente, essere ambientato in un presente metastorico che slitta lentamente da riconoscibile come nostro a un altro sempre più magico, si ammira l'infiltrarsi strisciante dell'irrazionale (vedasi la favola tra il ballardiano e lo Spielberg de "Lo squalo" nell'episodio del "Drac" canterino) per finire nell'onirico totalmente magico del finale, in cui si mescolano "...il canto antico di un drac e le sirene della polizia."

Segue un altro Riccardo, il giovanissimo De Los Rios jr., con "L'orso di pezza" (pagg. 117-42); benchè lo stile tradisca vistosamente la sua poca esperienza, lo spunto risulta buono e sviluppato in un impianto strutturale accattivante. Un padre decide di regalare al figlio, in occasione del suo sesto compleanno, un orso di pezza che sarà la causa della distruzione totale della famiglia. Lo iato conosciuto/inconosciuto, rassicurante/terrorizzante si può facilmente identificare con il negozio dov'è avvenuto l'aquisto; infatti, se la solida strutturazione della psiche adulta dei genitori all'inizio viene scalfita solo parzialmente da alcune stranezze nel rapporto figlio/orso di pezza, è quando essi si trovano dinanzi a dati di fatto irrefutabili riguardanti i gestori del negozio che la loro sicurezza comincia a vacillare seriamente: dapprima si tratta solo di intuizioni, che trovano comunque strenua resistenza, ma infine il negozio non è più dov'era e nessuno ne sa nulla. Quasi un episodio in margine a "Le armi di Isher" di van Vogt, dunque; ed è proprio un'arma micidiale e totalmente estranea che, dopo un primo assassinio, porta distruzione e morte ai membri di quella sfortunata famiglia, uno per volta. Da notarsi come, una volta che l'incredulità cede totalmente, i protagonisti si trovano proiettati in un reale tangibilmente terrificante, ma assolutamente avulso dal contesto sociale cui appartengono; solo l'ultimissimo paragrafo, che ne fa un'opera aperta, permette d'ipotizzare un possibile ripetersi, a livello collettivo, di quel qualcosa che l'elemento estraneo aveva suscitato in un ambito ristretto. Quanto si diceva dello stile, a proposito di inesperienza, risalta soprattutto nei dialoghi.

Troviamo quindi "La carne e il sangue di Malaberra", di Lorenzo Iacobellis (pagg. 143-61), che ricorderete quale vincitore della precedente edizione. Ci troviamo, qui, di fronte a un'anomalia; ovvero: cosa ci fa un racconto di Sf un un'antologia prettamente di fantasy, in un concorso riservato a racconti di fantasy? La domanda è evidentemente oziosa, ma più che legittima. La storia ha come fondale un altro pianeta abitato da umanoidi che in quanto ad alienità non scherzano. E cosa c'è di più alieno di una razza che ha un diverso sistema riproduttivo? Tutto il pathos, a dire il vero notevole, del racconto è incentrato sulla progressivo scoperta, da parte del lettore, del tipo di strutturazione del tutto particolare e decisamente originale del microcosmo sociale (la famiglia per intenderci) di tale civiltà. La cosa migliore, senza dubbio, è la capacità dell'autore di suscitare curiosità, piazzando nei punti giusti la parola giusta, e di dare la possibilità a una mente elastica di arrivare a intuire la rivelazione successiva prima che gli sia esplicitata. Dunque ottimo spunto sviluppato in modo magistrale, con il consueto sfondo religioso che siamo già abituati a trovare nelle opere di Iacobellis. Valga ad esempio la frase rituale che il protagonista pronuncia, dopo aver completato uno dei riti descritti, quello destinato al pater familias: "Tutti noi dobbiamo soffrire, o Dio, a causa della tua imprevidenza", in cui l'imprecazione evidente da un'idea del senso religioso di quella razza, per la quale il mito della creazione e quello della fertilità, intimamente legato a quello della nutrizione, sono dominati dall'ingenerosità del pianeta. Molto ci sarebbe da dire sull'accentuazione all'estremo dello iato femminilità/mascolinità, ma il discorso si farebbe senza dubbio eccessivamente complesso per essere analizzato in questa sede; è comunque un aspetto da tenere presente per una lettura non superficiale del testo.

E passiamo quindi a Grazia Lipos, con "Morvran" (pagg. 163-84), che, come dice lei stessa, significa "corvo marino" sia in irlandese che in croato. Una favola di una linearirtà sconcertante; un mago cattivo, una strega buona e un comune mortale che si trova per puro caso tra i due. Lei lo salva da una morte quasi certa e lui se ne invaghisce. Lei gli chiede un favore, la tipica quest; lui accetta, ma non otterrà ciò che desidera, l'amore di lei. Alla fine Morvran tornerà libero di continuare il suo viaggio alla scoperta del mondo, prendendo le distanze da colei che non gli sembra più tanto buona, e conservando un'immagine del mago assai differente da quella datagli da lei: non prima di aver tentato, in ogni modo, di convincerla ad abbandonare quel modo di vivere per seguirlo.

Segue quello che si può tranquillamente definire uno dei maggiori scrittori italiani di Sf, ovvero Renato Pestriniero, con il racconto "De ludis in tempore" (anche in "Sette accadimenti in Venezia", "Biblioteca del cigno" n. 22, ed. Solfanelli, '85; pagg. 185-208). Entità incorporee che vivono in una dimensione dalla quale è loro impossibile scendere in qualsiasi coordinata spazio-temporale decidono di rendere i loro giochi nel tempo più emozionanti, consapevolizzando le loro pedine umane. La prima cavia di questo cambiamento, il protagonista, si chiama... Renato Pestriniero! Ma non è veneziano, bensì toscano... Comunque, dopo l'infuriare del Carnevale, questi rivive l'esperienza di un suo antenato, lui sì veneziano, nella Serenissima del 1576, per risvegliarsi a gioco concluso e non essere affatto d'accordo sul fatto di essere una pedina nelle mani di déi inconsapevolmente crudeli nella loro ignoranza della condizione umana, a causa della loro stessa lontananza. La novità del gioco, la consapevolezza, genera quel quid di stranezze, di "...fatti strani" che mettono in crisi l'ingenua coscienza del Pestriniero senza che, comunque, come una delle entità aveva pensato, riesca a capire il perchè. La consapevolezza è tutta del Pestriniero... toscano. In più punti il testo è in un italiano ancora molto vicino al latino, e abbondano i termini dialettici, alcuni spiegati in nota. Stilisticamente si eleva al di sopra della media dei racconti esaminati fino ad ora, con situazioni ben rese, sia come paesaggi che come azione e sentimenti espressi, in un buon amalgama. L'idea, per quanto interessante, anche se non del tutto originale, resta nel complesso in secondo piano rispetto all'interesse che suscita la parte che si svolge in quell'antica Venezia avvolta nella peste.

Penultimo troviamo "Su un lied di Schubert", di Anna Rinonapoli (anche in "Lungo la trama", "Thule" n. 7, ed. Solfanelli, '85; pagg. 209-221), altra grande della Sf italiana; da notarsi che, in questi primi tre volumi del Tolkien, figurano solo tre donne su trenta racconti; infatti, oltre alla Lipos e alla Rinonapoli di questa edizione abbiamo avuto solo la Pugliese dell'edizione '81. Comunque, tornando a noi, il presente racconto (molto più breve della media) è realistico a sfondo psicanalitico, cioè facente parte di quel tipo di racconto in cui, a lettura ultimata, appare molto ben distinto il piano del reale effettuale da quello fantastico, che si rivela essersi svolto unicamente nell'inner space del protagonista; chiaramente sussiste, tipicamente, in questo rapporto reale-immaginario, il fattore dell'irruzione dell'irrazionale nel reale, che si esemplifica qui nella scena altrettanto tipica del piano suonato da mani invisibili. Qui, in particolare, un'ottima drammatizzazione del complesso di Elettra in un'adolescente molto frustrata sessualmente, nella quale gli istinti potenziali vengono risvegliati dalla scoperta di una storia d'amore romantica di una sua antenata, omonima, in cui si identifica fino al punto di riviverla in sé per, alfine, prendere coscienza per mezzo di questa fantasia del difficilmente sopportabile fatto di essere gelosa dell'amore della madre per il padre: "Sua madre, sua madre che glielo sta rubando."

In ultimo troviamo un altro esordiente, Fausto Sartori, con "Sàlmarin" (pagg. 223-43). Piuttosto ermetico, si apre e si chiude in una spiaggia reale con un uomo, un bambino e un pesciolino reali, su di un mare che lo è altrettanto. All'interno di questa lunga parentesi, nugoli di simpaticissimi animaletti fantastici, in un mondo immaginario vivono una storia surreale per l'appunto molto ermetica in cui sono ben distinti, senza possibilità di dubbio questa volta, i buoni e i cattivi. Unico tratto che unisce i due universi è il pesciolino, che morente sul bagnasciuga della spiaggia reale è infine ridonato al suo elemento naturale dall'uomo, e che invece nel mondo secondario dapprima è causa dell'insorgere del Male, per poi essere esso stesso a sconfiggerlo. Il simbolo più ermetico rimane comunque la Torre, presente nella spiaggia reale quale semplice torre di sabbia "che un bambino aveva costruito con le sue mani e i suoi secchielli" e che invece nel secondary world risulta essere la chiave di volta per mezzo della quale riuscirà la vittoria sulle forze del Male precedentemente scatenato. Decisamente originale e degno di nota, infine, il passo ove il pesciolino, trasformatosi in scimmietta, fa per la prima volta l'esperienza della propria ombra e dei suoni.


Finito ora di commentare i racconti, un'ultimissima osservazione: la copertina, anonima, è veramente brutta; peccato, un brutto involucro per, come abbiamo visto, un ottimo contenuto. Il tutto è, ancora una volta, introdotto da Gianfranco de Turris.


Originariamente in "The Dark Side" n. 35-maggio '91


Saggi generici sul "Premio Tolkien":

"Premio Tolkien e dintorni", di Giancarlo Pellegrin, "Dimensione cosmica" n. 5, ed. Solfanelli, '85, pag. 32, da "Il mercatino", Trieste, 29/6-12/7/'85

"I ragazzi di fine secolo scrivono fantastico", di Oreste Del Buono, "Corriere della sera" del 4/6/'86


Gli altri volumi del Premio "Tolkien", in ordine cronologico:


"Le ali della fantasia"

"Le ali della fantasia/2"

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"Le armi e gli amori"

"Le ali della fantasia/4"

"Le ali della fantasia/5"

"Il nido di là dell'ombra"

"Le ali della fantasia/6"

"Immaginaria/1"

"Le ali della fantasia/7"

"Immaginaria/2"

"L'altro volto della luna"






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